Parigi
di Flavia Schilirò
Introduzione
Alcuni subiscono il fascino delle vecchie macchine fotografiche, fotografano con la pellicola, in bianco e nero. Stampano da sé.
Altri allestiscono grandi studi fotografici, per scattare foto di moda o di pubblicità.
Alcuni fotografano eventi sportivi e partite, con lunghi e pesanti teleobiettivi.
Altri fotografano i paesaggi, con il grandangolo.
Alcuni fanno ritratti, a volte con l’effetto bokeh.
Altri usano obiettivi macro, per catturare le farfalle da vicino.
Alcuni fanno reportage.
Altri partecipano a safari fotografici organizzati.
Quasi tutti vorrebbero partire in viaggio per fotografare isole tropicali, o alte montagne, o deserti, con macchine piccole e leggere.
Molti si fanno i selfie da sé.
I. Parigi. Oggi
Vivere in un luogo che si ama è privilegio di pochi.
Vivo a Parigi, una città con croissant buonissimi e un clima pessimo. Un’atmosfera unica e un fascino antico e contemporaneo che si fondono a ogni angolo.
Amo questa città. Non vorrei vivere in nessun altro luogo.
Fare un mestiere che si ama è privilegio di pochi.
Non so se sia stato il talento, la determinazione o la perseveranza, oppure se sia stata solo la fortuna, a portarmi fin qui.
Sono una fotografa, faccio un mestiere che amo.
Ho iniziato a fotografare molti anni fa, per le vie di Parigi.
La mia passione è la “fotografia di strada”.
Una fotografia spontanea, istintiva, per raccontare la quotidianità di gente comune, cogliere momenti di vita vera.
Fino a qualche anno fa avevo poco lavoro, pochi soldi e tante speranze.
Adesso ho una mostra mia, in una elegante galleria di Parigi. Un anno in giro per il mondo, per portare qui narrazioni di emozioni lontane.
C’è stata una importante inaugurazione.
II. Parigi. L’inaugurazione della mostra
La galleria che ospita la mia mostra è prestigiosa, ma non è grande.
La sera dell’inaugurazione era affollata.
Non so se abbia richiamato più visitatori la notizia della mia mostra, o i dettagli del ricco e goloso buffet, stampati a caratteri d’oro sull’invito, arrivato a critici, blogger, giornalisti, clienti ed amici.
Tante persone sfilavano elegantemente davanti alle mie foto, con espressioni interessate sul volto e scintillanti bicchieri nelle mani.
Esprimevano la loro ammirazione e il loro apprezzamento, si complimentavano, assaporavano le gustose pietanze del buffet e bevevano champagne. E, sorridendo, sceglievano con molta attenzione le parole adatte a dimostrare il loro sapere in tema di arte fotografica.
Era un vero spettacolo! E io ne ero la protagonista. Mi sentivo orgogliosa.
La serata scivolò via velocemente.
Sul tardi, quando molti se ne erano già andati e la musica di sottofondo cominciava a coprire il brusio delle conversazioni, sentii la voce di un uomo che parlava in italiano. Mi voltai, e nella penombra lo vidi. Un bel tipo, interessante. Non sapevo chi fosse, così andai a salutarlo e a presentarmi.
“Le foto a colori sono banali, noiose, delle comuni foto di viaggio – mi disse, con tono glaciale -. Ma questi scatti in bianco e nero sono sorprendenti! – Aggiunse. – Riesci a cogliere l’anima delle persone. Ogni immagine è una storia, una poesia, catturata con sensibilità e originalità”.
Era così enigmatico; non capivo se mi stesse facendo un complimento, o se mi stesse stroncando la mostra.
Non trovai altra soluzione che offrirgli da bere.
Per un po’, continuammo a parlare e a bere.
Nel silenzio si udivano le nostre voci e le nostre risate.
Nella penombra si intravedevano i nostri sguardi, che diventavano sempre più intensi.
In quei momenti, avrei voluto fotografarlo.
Ma non lo fotografai.
Inaspettatamente, la serata finì a casa mia.
All’alba se ne andò, in silenzio.
E io caddi in un sonno profondo.
III. Parigi. La mattina dopo l’inaugurazione
La mattina dopo l’inaugurazione mi alzai tardi. Ero felice, ma frastornata.
Scesi in cucina e mi preparai il caffè.
Fu mentre sorseggiavo una tazza di caffè bollente che la nebbia, nella mia testa, si diradò e lasciò affiorare quel ricordo.
All’improvviso capii.
Ero incredula.
Immediatamente, corsi a cercare una vecchia scatola, una scatola di fotografie.
Presa dall’ansia di quella intuizione, la rovesciai sul pavimento e cercai quella foto che, mi ricordavo, non avevo mai gettato via.
Una foto scattata tanti anni prima, da lontano, di nascosto, come al solito.
Finalmente la trovai.
Era una piccola foto, in bianco e nero, ormai scolorita. In quel momento, il mio cuore iniziò a battere forte. E tutto mi riaffiorò alla mente.
I ricordi si ricomposero come pezzi ritrovati di un puzzle dimenticato. E tornai a quel piovoso pomeriggio di novembre. A lei, a quella giovane, appassionata, sognante, donna che ero.
IV. Lei. Una città in Italia. Molti anni prima (almeno dieci)
Lei era rientrata, quel pomeriggio, in Italia, nella sua città, nella sua casa.
Il suo soggiorno parigino era finito.
Era molto stanca. La accolse il silenzio di una casa vuota.
Il suo autunno parigino era lontano.
Le voci, le luci, la pioggia, e poi i caffè, gli amici, la musica, e le vie della città, l’arte scolorivano nei suoi ricordi e lasciavano il posto al grigio della malinconia.
Di Parigi le rimanevano i profumi, che ancora aveva addosso; le rimanevano la nostalgia e i bagagli da disfare.
Era sola.
Non trovava un motivo, un affetto, un amore, o anche solo un desiderio per spiegare l’inutilità del suo ritorno.
Quella casa era lo specchio della sua solitudine.
Sentì un repentino bisogno di uscire.
Il supermercato il sabato pomeriggio è fra i luoghi dove meglio si può rincorrere lo stordimento. E il suo frigo era vuoto.
Non esitò. Quel mondo fluorescente come unica alternativa al grigio di quella giornata. E per un attimo dimenticò Parigi.
Fu allora che lei lo vide, per la prima volta.
Un ragazzo affascinante, moro, capelli lunghi, sguardo sfuggente, fisico atletico. Bello, come una notte senza luna.
Lo vide di fronte ai surgelati.
Lui restò di fronte ai surgelati per un lungo, interminabile, tempo.
Lei non osò di più, soltanto passargli accanto, e la freddezza di quegli occhi bastò a turbargli la serata.
Spiò i suoi movimenti lenti, nascosta dietro gli scaffali. Cercava un pretesto, un’occasione, o almeno un poco di coraggio.
Le si oppose la sua calma esasperante.
Lei cercò nella confusione la sua voce, mentre mille pensieri le si affacciavano alla mente.
“Forse prepara una festa. – Pensò – Forse, posso ritrovarlo, fuori da qui. Ma il mondo è sconfinato fuori da qui. E lui, inavvicinabile fuori da qui. Anche dentro.”
Poi, improvvisamente, non riuscì più a pensare. Avrebbe voluto essere un surgelato, per sentire le sue carezze.
Si fece tardi. La sua spesa non si concluse.
Non ci furono pretesti. Non ci furono occasioni. Nessuna introduzione alle parole.
Le rimasero il silenzio di quello sguardo e la certezza che non lo avrebbe mai più rivisto.
Ma, pochi giorni dopo lo rivide.
Fu allora che scattò quella foto. Una delle sue tante foto di strada.
Dopo, non lo rincontrò mai più. E col tempo, lo dimenticò.
V. Lei. Parigi. La mattina dopo l’inaugurazione
Nel ripostiglio di un grazioso appartamento parigino, una donna è seduta sul pavimento.
Stringe nella sua mano una fotografia. Una piccola foto in bianco e nero, scolorita. La foto di un ragazzo, scattata da lontano, di nascosto, molto tempo fa.
Lui l’aveva ritrovata, dopo tanti anni, in un’altra città; questa volta, le aveva sorriso, le aveva parlato.
Poi se ne era andato, in silenzio.
Adesso, lui è lontano. Di lui le rimangono il ricordo di quella notte, il suo profumo, che ancora ha addosso, e la certezza che, questa volta, non lo dimenticherà.


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